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Effetto Bilbao! Era già tutto previsto?

EFFETTO BILBAO! Era già tutto previsto?

A cura dell’ Arch. Guido Anderlini Crescentini

Si è parlato molto, negli ultimi 25 anni, del cosiddetto “Effetto Bilbao”, ovvero la rinascita di una città derelitta grazie a un’opera architettonica straordinaria. Molte città, nel tentativo di superare un passato industriale ormai terminato, hanno cercato di imitarne l’esito, con risultati alterni, quasi mai comparabili al successo dell’apripista basca. C’è qualcosa, in questi tentativi, che non è stato compreso, assimilato, o che semplicemente era troppo difficile da concepire e realizzare.

Un viaggio studio nei Paesi Baschi è stata l’occasione per ripercorrere questa trasformazione e osservare come l’architettura abbia contribuito a ridefinire l’identità di un intero territorio. Ma per comprendere l’Effetto Bilbao bisogna partire da lontano.

La Bilbao degli anni ’80 è una città in profonda crisi sociale ed economica. Eppure, fin dalla sua fondazione nel 1300, aveva conosciuto una lunga stagione di prosperità commerciale, diventando il principale porto atlantico della Spagna. Gli scambi con le Fiandre e l’Inghilterra, prima di lana e poi di minerali ferrosi, avevano favorito lo sviluppo di una ricca borghesia mercantile e industriale. Le navi partivano dalla ría di Bilbao verso le isole britanniche e tornavano cariche di carbone e nuove tecnologie. Era l’inizio di una vera rivoluzione industriale, destinata a trasformare radicalmente la città.

Gli edifici delle siete calles, l’attuale casco Viejo, venivano sopraelevati per accogliere la crescente popolazione operaia, mentre la nuova borghesia costruiva i propri luoghi rappresentativi: Plaza Nueva, il teatro Arriaga, la biblioteca Bidebarrieta. Ma lo spazio non bastava. Come a Parigi con Haussmann o a Barcellona con l’Eixample di Cerdà, anche Bilbao decide di reinventarsi, attraversando il Nervión e triplicando le proprie dimensioni. Nasce l’ensanche, un ampliamento a maglie regolari e assi radiali attorno all’attuale Plaza Moyúa, popolato di architetture eclettiche, moderniste e, successivamente, déco e razionaliste. Nel 1893 viene realizzato il Puente de Bizkaia, straordinaria opera ingegneristica che consente di attraversare il fiume senza ostacolare il traffico navale.

In pochi decenni Bilbao si trasforma in una potenza industriale. Gli altiforni fumano incessantemente, la cantieristica prospera, la città si arricchisce enormemente. Tutto questo per circa un secolo.

Poi arriva la crisi. La concorrenza asiatica travolge l’industria dell’acciaio e la cantieristica; nel 1975 chiude Euskalduna, il più grande cantiere cittadino. Nel 1983 un’alluvione devasta il centro storico. Alla crisi economica si sommano quella sociale, le tensioni legate all’ETA e un dramma ecologico: il fiume è biologicamente morto, l’aria irrespirabile.

Ma i baschi non si danno per vinti. Iniziano a pianificare la seconda rivoluzione urbana, con un obiettivo preciso: trasformare Bilbao in un polo di terziario avanzato. Si parte dalle infrastrutture. La ría viene ripulita e, per la prima volta, diventa paesaggio. Lungo le sponde nascono parchi e passeggiate. Nuovi ponti collegano parti di città fino ad allora separate, tra cui lo Zubizuri di Santiago Calatrava, autore anche del nuovo aeroporto. Norman Foster progetta la metropolitana, mentre il porto viene trasferito alla foce del Nervión. Le aree industriali dismesse diventano finalmente un’opportunità.

È in questo contesto che nasce la punta di diamante della riconversione bilbaina: il museo Guggenheim. Una fortunata coincidenza vuole che proprio negli stessi anni la Fondazione Guggenheim intenda ampliare la propria presenza internazionale. Tra le proposte viene scelto il progetto di Frank Gehry, capace di integrare la ría nell’architettura, concependo non soltanto un edificio, ma un vero progetto urbano.

Il risultato è una bomba pronta a esplodere. Le immagini di quell’architettura mai vista prima fanno il giro del mondo, conquistando giornali, riviste e televisioni. Un’astronave atterrata nella vecchia e sonnacchiosa Europa! Milioni di visitatori scoprono una città che fino ad allora conoscevano appena. Il turismo diventa un settore economico fondamentale e Bilbao conquista un’inedita centralità culturale.

Era già tutto previsto? Ci si aspettava un ritorno così immediato in termini di immagine, considerazione e flussi economici?

Nasce il fenomeno delle “archistar”. Ogni città vuole il proprio Guggenheim, un edificio iconico capace di elevarne il prestigio e attrarre visitatori. Ma sarà un successo? Ni. In alcuni casi l’architettura diventa lo stimolo per la riconversione di un quartiere, in altri resta un episodio isolato, talvolta persino fallimentare. Molte amministrazioni vedono nell’opera architettonica un brand, senza comprendere ciò che ha realmente determinato il successo di Bilbao.

Perché la rivoluzione bilbaina è stata infrastrutturale, sociale ed economica prima ancora che architettonica. Le architetture mirabolanti sono le ciliegine di una torta molto solida, preparata con una ricetta complessa e ingredienti difficili da reperire. Le ciliegine, da sole, finiscono subito. La torta senza ciliegine è nutriente, ma un po’ insipida.

E il processo non si esaurisce con il Guggenheim. Continua con la biblioteca dell’Università di Deusto di Rafael Moneo, la torre Iberdrola di César Pelli, il centro Azkuna di Philippe Starck. Prosegue nelle periferie, dove verde, spazi pubblici e mobilità dimostrano come l’architettura debba essere, prima di tutto, al servizio della persona.

        

Ma durante il viaggio abbiamo visto come l’eco di Bilbao si estenda ben oltre la città. Nella Rioja Alavesa, ad esempio, alcune cantine hanno scelto l’architettura per rivoluzionare non soltanto il prodotto, ma soprattutto la sua immagine e il suo racconto. Prima si andava in cantina a comprare vino; ora si va per vivere un’esperienza. Il prodotto diventa quasi un corollario dell’esperienza, vero oggetto del desiderio.

Qui l’architettura si confronta con il grande protagonista: il paesaggio vinicolo. Santiago Calatrava, nella cantina Ysios, riprende il profilo della Sierra de Cantabria attraverso una copertura sinuosa di legno e alluminio. Frank Gehry, per Marqués de Riscal, realizza un hotel tra i vigneti, avvolto da lastre metalliche colorate che richiamano il vino e le sue bottiglie. Iñaki Aspiazu, nelle cantine Baigorri, segue invece il processo produttivo, sviluppando l’edificio per sette piani nel sottosuolo e lasciando emergere soltanto una scatola di vetro aperta sul paesaggio. Tre approcci diversi, rivolti verso un’unica direzione: l’esperienza!

 

Il viaggio prosegue verso San Sebastián, Donostia per i baschi, dove il rapporto con l’architettura è ancora diverso. Da città militare a raffinata località di villeggiatura dell’aristocrazia europea, ha costruito la propria identità attorno alla spettacolare baia della Concha. Ma anche Donostia vuole restare al passo coi tempi, e si dota di quella che considero una delle architetture meglio riuscite di tutta la Spagna.

Sono Los Cubos, il nuovo Kursaal di Rafael Moneo: due volumi che sembrano pietre depositate dal fiume sulla spiaggia, un landmark urbano potentissimo che dialoga silenziosamente con la città, il paesaggio e l’oceano. Allo stesso modo, il restauro del museo di San Telmo di Nieto Sobejano esprime l’eleganza donostina, fondendo quasi l’architettura con la natura del monte Urgull attraverso una facciata viva, progressivamente conquistata dalla vegetazione.

Era già tutto previsto? Forse sì, verrebbe da dire. Il successo di Bilbao non nasce da un singolo edificio, ma da una visione capace di trasformare un’intera città e di influenzare il territorio circostante. Un’estrema lungimiranza, condita con un pizzico di fortuna!